Lug 25

Ieri, su Nova (l’inserto “tecnologico” del Sole24Ore), si parlava (anche) dei Wardrivers, e la giornalista Alessandra Viola partiva da un saggio di Davide Bennato sull’argomento per analizzare il fenomeno.

I wardrivers (semplifico) sono degli hacker notturni automuniti e girovaghi, che con pc portatili e laptop “modificati” vanno alla ricerca di reti wireless da violare, senza però provocare alcun danno sensibile agli utenti.

Davide Bennato (docente all’Università di Roma, La Sapienza) è stato uno dei primi studiosi italiani a raccontare l’etica dei wardrivers e degli hacker e, quando preparavo la tesi, la lettura di questo saggio mi tolse dalla testa molti stereotipi e preconcetti che avevo sedimentato nel corso degli anni.

Su Tecnoetica (il blog di Davide Bennato) trovate, in calce, l’articolo di Alessandra Viola su Nova, mentre qui di seguito il saggio “Culture tecnologiche emergenti. Analisi di una comunità di wardrivers“:

Risorse:

Nova - Il Sole24ore

Wardriving su Wikipedia

Per coloro che volessero approfondire l’argomento oltre al saggio sulla comunità dei wardrivers di Davide Bennato, contenuto nel libro Nuovi media, vecchi media, edito da Il Mulino nel 2008, a cura di Marco Santoro,

consiglio la lettura di PopWar. Il Netattivismo contro l’Ordine Costituito, di Arianna Dagnino e Stefano Gulmanelli, edito da Apogeo nel 2003 che affronta sin dal primo capitolo i fenomeni delle Smart Mobs, dei Wardriver e dei FreeNetwork.

Se poi foste interessati all’etica hacker il riferimento “obbligato” da cui partire è senz’altro L’etica Hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, di Pekka Himanen edito da Feltrinelli nel 2003.

E infine, uscendo un po’ fuori dall’argomento (ma nemmeno poi tanto), per coloro che avessero voglia di ripercorrere i processi evolutivi dei sistemi informatici scoprendo che in realtà non è stata solo la tecnologia a determinarne l’evoluzione che conosciamo, ma anche i cambiamenti sociali (e i comportamenti, appunto), è necessario ritornare a Davide Bennato e al suo libro Le metafore del computer, edito da Meltemi nel 2003.

fonte:

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Mar 01

In un interessante articolo apparso su Nova (supplemento de Il sole 24 ore) il 7 febbraio scorso, Luca De Biase parla di una categoria che presto potremmo sentire spesso: quella di postcontemporaneo.

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Effettivamente, diciamocelo, la categoria di postmoderno, molto suggestiva e abbastanza utile sino a ora a descrivere tutto ciò che non è più industriale ma “new economy”, non più alfabetico ma sensoriale, non più “catena di montaggio” ma “rete”, non più “classe” ma “ceto”-”gruppo”-”tribù”, comincia a essere un po’ datata e fonte di espressioni vagamente retoriche, tanto che più d’uno, anche tra gli studiosi, ha cominciato ad associarla a tutto quanto risulti non facilmente spiegabile, o addirittura, semplicemente… trendy.

Ma chi è il soggetto postcontemporaneo? De Biase, insieme a Fabio Bonifacci - il quale parla di individui in perenne partenza dal presente - ne delinea un profilo sufficientemente preciso, e decisamente intrigante. E’ postcontemporaneo colui che, pur non dimenticando il passato e i suoi miti, vive in una proiezione dei futuri possibili, cercando di immaginarli e anche di crearli, pragmaticamente e senza preconcetti; colui che non ha bisogno di manifesti di pensiero, poiché sa che i manifesti vengono concettualmente superati, aggiornati, contraddetti nel momento stesso in cui sono resi pubblici; colui che non ha paura di confrontarsi, e anzi utilizza le conoscenze altrui per imparare know-how aggiuntivi; colui che si affida religiosamente al concetto di community di scopo, di social network e, più in generale, di rete, con la consapevolezza che i legami di tale tipo possono soddisfare i bisogni di ciascuno, oltre le gerarchie anagrafiche, di titolo, di sapere.

Ma c’è di più: sarebbe anche possibile riconoscere un postcontemporaneo nella sua fisicità, nella sua estetica: egli infatti è always on, connesso con le dimensioni virtuali attraverso le sue protesi tecnologiche, e - di riflesso - non ha tempo da perdere con gli status symbol e gli stili di abbigliamento ricercati. Infine, è facile incontrarlo, dato che predilige il mezzo pubblico, utilizzando i tempi di spostamento per aggiornarsi, formarsi e informarsi.

Che dire? Personalmente mi ci riconosco abbastanza. E se ancora non sono un postcontemporaneo… beh, vorrei esserlo presto! :)

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