Come anticipato su Brand Care qualche giorno fa, si è tenuta a Cava de’ Tirreni la mostra “Creatives are bad” sulla comunicazione “rifiutata”, vale a dire sulle proposte d’agenzia respinte dai soggetti di mercato che le avevano commissionate. Queimada è andata “di persona” a visitare l’esposizione, che si è rivelata, oltre che qualitativamente ed esteticamente rilevante, molto formativa sotto l’aspetto professionale.
In particolare, il tema della bocciatura delle proposte è una questione annosa foriera di numerose e importanti riflessioni sull’attività del pubblicitario e, più in generale, del comunicatore, che molto spesso è costretto a scontare la diffidenza o - peggio - la scarsa considerazione da parte degli imprenditori o dei dirigenti d’azienda con cui si trova a misurarsi.
Effettivamente l’esperienza ci ha insegnato che trovare una controparte competente e professionalmente corretta non è sempre semplice, tanto che la qualità del lavoro da sola non basta a garantire la linearità all’interno dei rapporti professionali in tale settore.
Tutti noi avremmo centinaia di aneddoti da raccontare a tale proposito (su questo consigliamo il sempre verde testo di Jacques Seguéla Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario… Lei mi crede pianista in un bordello), e forse è già immaginabile una enucleazione delle problematiche più frequenti per tentare di fornire - se non garanzie - qualche strumento in più ai soggetti imprenditoriali di categoria. A grandi linee, ci sentiamo di indicarne qualcuna:
- Scarsa cultura d’impresa. Diciamo la verità: spesso all’interno delle imprese il marketing e la comunicazione in Italia sono ancora considerati attività secondarie: il ruolo di responsabile è spesso ricoperto da validi, generosi (ma non preparati) stagisti provenienti dai corsi di studi più disparati, da manager “ricollocati”, da figure ibride tuttofare. Senza considerare che il budget da destinare alla comunicazione è spesso risicato, se non inesistente (sempre che non venga improvvisamente “ricollocato”!). Il modello di cliente più frequente, insomma, è il dirigente che ha sentito dire che la pubblicità “è di moda”, che ha un settore produttivo-merceologico da risanare, che vuole spendere poco o nulla (e non è un modo di dire!) e che considera il pubblicitario una sorta di guaritore a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà, con una filosofia del tipo “non ci credo ma non si sa mai”.
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