Lug 30

Sono sempre stata un’accanita “rompiscatole” contro il fumo e i suoi consumatori. Da piccola anticipavo le normative scrivendo sulle sigarette di mia madre “faccio male”, ma non sul pacchetto, proprio su ogni sigaretta!

Il culmine l’ho raggiunto scrivendo una tesi di laurea intitolata “L’ultima sigaretta. La comunicazione di un vizio duro a morire“, durante la cui stesura ho intervistato più di 300 persone.

Ed ecco che l’antico astio contro i produttori di tabacco torna a farsi sentire ieri sera in un bar di San Lorenzo a Roma. Una bella ragazza si avvicina al nostro tavolo e ci propone di scambiare i pacchetti di sigarette semivuoti con dei pacchetti interi di Marlboro. Mentre gli altri approfittano, io le chiedo perché: “indagine di mercato” fa lei, e io “richiesta da chi?”, dalla Marlboro stessa ovviamente.
Alla mia domanda se fosse legale si dilegua. E le rispondo da qui:
In Italia, in base alla normativa vigente (Legge 165/1962) “la propaganda pubblicitaria di qualsiasi prodotto da fumo, nazionale o estero, è vietata”.
Conseguentemente, è vietata qualsiasi distribuzione gratuita dei prodotti del tabacco. La Legge 165/1962 prevede, inoltre, sanzioni amministrative per chiunque violi il divieto di pubblicità che vanno da 2.582,25 a 25.822,80 euro.

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Giu 16

Significa “beni senza etichetta” ed è considerato il simbolo del design no logo.

Che NO LOGO proprio non è
Inizialmente era un progetto nato all’interno di una catena di negozi giapponese SEIYU per creare linee di articoli da contrapporre alle grandi marche.
Nato come il regno del prodotto funzionale, ora è diventato un brand molto ricercato.

A dimostrazione che la grande facoltà narrativa dei prodotti e della filosofia che li concepisce, può raccontare nuove ed entusiasmanti storie, consentendo la costruzione di un’identità di marca.
Muji si differenzia per il concept che propone, per i prodotti diventati ormai simbolo di un lifestyle. Oltre ad essere molto belli e di classe, gli oggetti Muji, tendono a mettere in risalto alcuni bisogni dei consumatori moderni, come l’esigenza di relax e di protezione, proponendo loro spunti per i diversi acquisti. Chi è attratto dal prodotto raffinato, chi ne riconosce la bellezza nella sua semplicità, chi invece ne apprezza il grande valore ecologico.
Oggetti tecnologici, accessori per uomo e donna, articoli casalinghi e di cancelleria, lettori cd da parete, abbigliamento, oggetti d’arredo e da regalo, sono pensati per offrire al cliente il massimo confort nell’utilizzo.
Lo store riflette la filosofia del marchio, che è quella della semplicità ed eleganza: materiali naturali e spesso riciclati, tinte sobrie, scaffali grafici in ferro nero, rigorosità giapponese.

Attualmente in Giappone Muji vende più di 5.000 prodotti diversi.
Il brand giapponese, di fama mondiale grazie ai suoi punti vendita nelle principali capitali quali Londra e Parigi, New York, in Italia è presente a Milano e Torino, considerate città sempre in movimento.
Nella Grande Mela i negozi Muji sono entrambi ospitati all’interno dei MoMA store, le location che il museo più famoso di Manhattan utilizza per fare merchandising e sfruttare il suo celebre brand.
In Italia è prevista l’apertura di altri store.
Sarà la risposta tutta giapponese alla Svezia? Staremo a vedere…

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Mag 05

E’ stata presentata a Barcellona durante il World Retail Congress la classifica di Interbrand sui primi 25 brand a più alto valore economico del comparto retail, la Top Performing European Retail Brands.

La metodologia Interbrand esamina i brand attraverso la lente della forza finanziaria, dell’influenza sulla scelta dei consumatori, della probabilità di continuità nel tempo dei flussi di valore economico derivanti dal brand e della presenza significativa nel continente europeo.

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In testa alla classifica la svedese H&M a 10.366 milioni di euro, seguita dalla francese Carrefour a 6.620 milioni di euro e terza classificata la svedese Ikea a 6.516 milioni di euro.

Tra i primi 25 in lista, i nomi top della distribuzione alimentare, da Auchan a Aldi, da Lidl a Tesco, affiancati da insegne come Sephora, The Body Shop, Fnac.
Tutte mettono l’esperienza emozionale al centro del processo d’acquisto e proprio per questo risultano vincenti rispetto alle altre.
Ma nessun brand italiano?
No.

I motivi principali sono l’assenza di una significativa presenza a livello europeo e la dimensione media delle imprese.

Ma il limite principale è, ovviamente, culturale. Il retail viene ancora visto in Italia come uno spazio commerciale e non come un’area interattiva che pone in primo piano la brand experience del consumatore. Spesso un punto vendita viene creato senza un’identità precisa e si lascia che sia il pubblico ad applicargliela.
Ma una corretta politica di marketing è quella del retail branding, ossia modulare sul proprio posizionamento tutte le espressioni di marca nel punto di vendita.

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Apr 21

Durante un viaggio per promuovere i vini di famiglia in una conferenza del settore, Mario Moretti Polegato decide di fare una passeggiata. A causa del gran caldo aveva dei fastidiosi disturbi ai piedi. Le sue scarpe erano eccezionali per stabilita’ e resistenza, ma anche un forno per i suoi piedi. Decise cosi’ di fare alcuni ‘buchi‘ nella suola delle sue scarpe… il resto della storia lo conosciamo perché si tratta del fondatore delle scarpe “che respirano”!

E è così che da una semplice idea nacque un gruppo imprenditoriale diventato, in pochi anni, il primo marchio di calzature in Italia e il terzo nel mondo.
In realtà il sig. Mario non ha inventato nulla di speciale! Ha semplicemente trasformato i “bisogni” e i “desideri” del mercato (scarpe che non facessero sudare i piedi!) in un semplice prodotto.
Ma il suo successo non è soltanto frutto della sua fantastica idea, ma anche della sua capacita’ di promuovere e lanciare correttamente il prodotto sul mercato.

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Molte persone hanno ottime idee, ma quante sanno trasformare la propria idea in un successo mondiale?
Il marketing, però, non basta solo conoscerlo e saperlo applicare, ma oggi è assolutamente necessario saper mettere in relazione le diverse leve strategiche del mercato… come insegna Kotler con il suo “approccio olistico”.

Ne è dimostrazione il fatto che, nel tempo, il brand Geox è andato incontro ad una “line extention” senza particolari problemi:

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Apr 06

La nascita di un nuovo consumatore, un consumatore “postmoderno”, più difficile da targettizzare, convincere e adulare, ha portato a rivedere e soprattutto affinare le tecniche comunicative, in modo da permettere al consumatore stesso di sentirsi vicino alla sua marca preferita.
New entry tra gli strumenti di comunicazione aziendali è la brand publication.
Ricevere una rivista in omaggio all’interno di un punto vendita o abbonarsi via posta ad un magazine di settore. Non si tratta di un ritorno nostalgico ma della capacità di rinnovare un mezzo di comunicazione tradizionale per raggiungere obiettivi più innovativi e ambiziosi per il brand.
I vantaggi che spingono una marca a scegliere le brand publication sono numerosi: è possibile parlare ad un target più vicino al tradizionale modo di comunicare, utilizzando un supporto fisico già ampiamente riconosciuto dal pubblico, che permette di comunicare le innovazioni nel mondo del brand, senza disorientare i lettori, è possibile creare un appuntamento fisso per cui si ha un vantaggio a livello di fidelizzazione del pubblico, ma soprattutto si ha la possibilità di trasmettere i valori del brand.
Una pubblicazione è più ampia e ricca di una semplice campagna stampa, non sono solo le storie che la marca preconfeziona in pochi minuti di pubblicità e può quindi essere sfruttata per parlare al consumatore non solo di un singolo prodotto, ma di tutta la filosofia di vita della marca.

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Lavazza ha creato il libro “Gli U.F.O. (uomini fedeli oggi) non esistono”, in cui Carmencita si rivolge a un pubblico di giovani donne, amanti di telefilm quali Sex and the city o Desperate Houswives, alle prese con i propri problemi sentimentali dei loro trenta anni. Questo tipo di pubblicazione aiuta la marca a raccontare il proprio prodotto attraverso un’associazione indiretta a un sistema valoriale molto complesso e difficilmente trasmissibile con mezzi tradizionali.

Illy

Illy racconta la marca attraverso il mondo dell’arte. La rivista Illywords Continue reading »

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Mar 26

La Volkswagen lancia il suo sito puntando sulla maestria nella costruzione di automobili: il brand assimila l’ideazione del proprio spazio web alla catena di montaggio utilizzata per la costruzione dei suoi veicoli.

Il messaggio?
Stessa usabilità, stessa affidabilità, stessa cura nei dettagli… e così via.

Originale l’idea, intrigante la realizzazione dal montaggio così fluido da rimanerne affascinati!

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Mar 25

Un’ azienda deve definire con attenzione il proprio mercato obiettivo, individuare e comunicare una posizione originale e differenziare offerte e servizi affinché i concorrenti abbiano serie difficoltà nel copiarli. Perciò possiamo dire che il successo del marketing strategico ha una sua formula fatta da tre elementi: focalizzazione, posizionamento e differenziazione.
Fino ad ora i fattori chiave per il successo competitivo sono stati qualità e assistenza. Oggi però questi sono aspetti ormai scontati. Se non si hanno si perde in partenza.

Le aziende devono imparare a competere in modi innovativi: con la capacità di realizzare e consegnare i prodotti con maggiore rapidità, di migliorare il design e lo styling dei prodotti, di arricchire l’offerta, magari con maggiori vantaggi, e di instaurare con i clienti un rapporto di lungo termine che sia vantaggioso per entrambi.

Tuttavia bisogna tener conto del fatto che in un’economia dove qualsiasi vantaggio può essere copiato rapidamente, grazie a Internet e alla maggiore libertà di scambio, il vantaggio competitivo di un’ azienda non può durare a lungo.
Inoltre i consumatori postmoderni sono in grado di decidere non solo quali prodotti acquistare, ma a quale prezzo, attraverso quali canali e con quale livello di personalizzazione del servizio.
Quindi, fondamentalmente, la differenziazione è più psicologica che reale.

Allora, in un tale scenario ipercompetitivo, qual è la missione del marketing? In che modo il marketing consente alle aziende di formulare offerte di mercato vincenti?
Un modello da seguire è sicuramente quello di Kotler, che parla di approccio “olistico” al marketing.

 

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Ordina da IBS il libro di Kotler a 20 Euro

Si tratta di un ampliamento del marketing tradizionale, perché sviluppa e gestisce un sistema di valore superiore, nel quale lo sviluppo, il progetto e l’implementazione dei programmi, dei processi e delle attività, necessari a definire l’offerta, sono integrati per definire l’output e sono realizzati a livelli elevati di qualità, servizio e rapidità.
Il marketing olistico si compone di quattro dimensioni chiave:

1.MARKETING RELAZIONALE che si occupa delle complesse relazioni che intercorrono con i clienti.
Le imprese devono iniziare a comprendere il cliente e innanzitutto la differenza tra l’atto di acquisto e l’utilizzo del prodotto/servizio acquistati e aiutare il cliente a trarre valore dal suo acquisto, analizzando molto attentamente il contesto.
Per mettere a fuoco le esigenze del cliente i responsabili del marketing hanno bisogno di conoscere il contesto nel quale il potenziale cliente fa le proprie scelte, quindi che cosa pensa, cosa desidera, cosa fa, di che cosa si preoccupa (l’importanza delle ricerche di mercato), e anche quali sono gli “opinion leaders” che lo influenzano (da qui il ruolo sempre più importante delle relazione pubbliche e della gestione del passaparola).

2.MARKETING INTERNO, ovvero gestione delle risorse interne:

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Mar 22

Avvistato Spider-pork nei cieli di Londra in forma di enorme gonfiabile: il maiale, fenomeno mediatico creato da una delle più belle scene del film dei Simpson, deve la sua nuova apparizione al lancio del DVD “The Simpson Movie” che lo vede anche icona incontrastata della home del sito ufficiale del film a far da mascotte all’invito all’acquisto.

Godetevi il video del primo volo londinese di Spider-pork:

A mio avviso le apparizioni del maiale non finiscono qui… ;)

fonte

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Gen 03

Il marketing vede spesso le sue teorie associate a dei numeri chiave.

A partire dalle 4 P del marketing mix
1. Product - 2. Price - 3. Place (distribution) - 4. Promotion

…che si ribaltano nelle 4 C del marketing mix se si considera il punto di vista dell’acquirente
1. Costumer value - 2. Cost - 3. Convenience - 4. Communication

si passa alle 4 S del viral marketing
1. S
esso - 2. Splatter - 3. Sadismo - 4. Stronzate

…fino a giungere alle 7 T del marketing utopico
1. T
alk - 2. Try - 3. Tell - 4. Test - 5. Trust - 6. True - 7. Transparency

Il “tour” si potrebbe concludere con i 10 peccati capitali del markeyting


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1. L’impresa non è sufficientemente focalizzata sul mercato e “cliente-centrica”
2. L’impresa non conosce a fondo i clienti obiettivo
3. L’impresa deve definire e monitorare meglio i concorrenti
4. L’impresa non ha gestito adeguatamente i rapporti con gli stakeholder
5. L’impresa non riesce ad individuare nuove opportunità
6. La pianificazione di marketing dell’impresa è inadeguata
7.
Le politiche aziendali relative a prodotti e servizi devono essere integrate
8. Le capacità comunicative e di costruzione del marchio sono insufficienti
9. L’impresa non è organizzata per attuare un’efficace strategia di marketing
10. L’impresa non ha tratto tutti i possibili benefici dalla tecnologia

Allora mi sono chiesta: qual è la mia visione “in numeri” del marketing?

Ecco le 9 fasi del marketing care

1. Feel - sentire, percepire la “situazione in esame” così da diventarne parte

2. Observe - analizzare le percezioni insieme ai dati oggettivi per avere, oltre a una “fotografia” del presente, una visione completa e complessiva del pregresso

3. Aim - stabilire una direzione, delle prospettive, una serie di obiettivi da raggiungere, stabilire una timeline e fissare alcune deadline di controllo

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Dic 11

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Ormai per gli operatori del settore conoscere e praticare il marketing non convenzionale, vale a dire l’insieme delle forme di visibilità e comunicazione di brand non appartenenti alla filiera classica, è - giustamente - una questione di vita o di morte.

Gli spazi tradizionali sono spesso saturi, i loro costi esorbitanti, le dinamiche di definizione ed evoluzione dei consumi sempre più complesse; quindi il viral marketing, l’ambient, il guerrilla, il direct, il geolocalizzato, e tutte quelle etichette che per qualcuno sono riconducibili al macroinsieme di “marketing postmoderno” (aggettivo che negli ultimi anni - diciamocelo - spesso serve a definire tutto ciò che è non-facilmente-definibile) possono effettivamente rappresentare delle valide alternative di linguaggio. Eppure sento che qualcosa non va…

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