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L’industria culturale 13 - Avanguardia e massificazione
L’industria culturale 12 - Morte dell’arte
L’industria culturale 11 - Seduzioni Visive
L’industria culturale 10 - Mercati / fiere / mostre / grandi esposizioni universali
L’industria culturale 9 - Non luoghi
L’industria culturale 8 - Immagini e modernità
L’industria culturale 7 - Iconofilia e iconoclastia
L’industria culturale 6 - Scrittura
L’industria culturale 5 - Stampa
L’industria culturale 4 - Lavoro/non lavoro/festa
L’industria culturale 3 - Rivoluzione industriale
L’industria culturale 2 - Industria culturale
L’industria culturale 1 - Evasione: Orfeo e Euridice
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- Il mito rivive nella modernità e nel postmoderno attraverso delle figure e delle icone dell’immaginario. Quella che nell’antichità era una dea nell’industria culturale è una star, una stella del cinema, un mito dello sport o dello spettacolo.
- Edgar Morin è lo studioso che meglio ha definito la mitologia moderna e l’immaginario collettivo, attraverso testi come Il cinema o l’uomo immaginario (1956), L’industria culturale (1962), Le star (1972).
- Il pubblicitario Jaques Séguéla in Hollywood lava più bianco parla di “marca come star”, attribuendo ai brand la personalità, il protagonismo e le caratteristiche di personaggi mitici
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Tags: Edgar Morin, Hollywood lava più bianco, Industria culturale, Jaques Séguéla, marca come star, Miti
Le banche negli ultimi anni hanno cambiato tono. Puntano più sulla simpatia (San Paolo con la Gialappa’s), su musica e balletti (Che Banca!), riescono persino a risultare più famose dei vip (”No! ma lei è…” UniCredit). E a volte si lasciano andare ai sentimentalismi attenuati da protagonisti poco credibili, come una banca spagnola con il suo cactus:

- In altri termini l’industria culturale, soprattutto in Occidente, traduce in termini collettivi quello che in pochi (gli artisti delle avanguardie) avevano provato a esprimere storicamente e sociologicamente, oltre che a livello estetico.
- La cultura di massa non è che la prova di tale traduzione. Gli orizzonti di fruizione si dilatano e l’opera d’arte ”esce fuori dalla cornice” per penetrare nelle città, nella quotidianità, nei cinema, sulla stampa (sotto forma di pubblicità), successivamente nella televisione.
- Non si potrebbe parlare di pubblicità e di marketing tralasciando l’importanza della cultura di massa. Essa è il luogo in cui la comunicazione ha potuto svilupparsi dall’Ottocento a oggi.
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- Hegel nella sua Estetica parla di “morte dell’arte” per descrivere il fenomeno della ridefinizione dell’opera estetica nell’età moderna. Se nelle ere passate si era giunti a un’unitarietà stabile costituita dalla triade artista/opera/pubblico, con l’età Romantica si vive lo sgretolamento di tale realtà
- Le avanguardie storiche del primo Novecento si ingegnano per rappresentare un nuovo equilibrio artistico e linguistico che tenga conto dei grandi mutamenti industriali (presenza delle macchine, velocità, consumo continuo, ritmi della città…)
- Solo a partire dagli anni Venti-Trenta del Novecento, però, tale equilibrio si riafferma, grazie alle modalità produttive seriali e industriali (il cinema hollywoodiano ne è l’esempio più rappresentativo)
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- La seduzione, il flaneur, il voyeurismo, la costruzione di figure tipiche come quella del detective sono i segni del contemporaneo. Come in un rituale di accoppiamento la merce deve se-durre (condurre a sé) il consumatore, il quale ha una morbosa e insaziabile curiosità di guardare, di indagare su di essa, di farsi distrarre. Lo studioso Mario Perniola ha parlato di sex-appeal dell’inorganico.
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Tags: brand care, detective, flaneur, Industria culturale, Mario Perniola, Queimada, sex-appeal dell'inorganico, Vincenzo Bernabei, voyeurismo
Ieri, su Nova (l’inserto “tecnologico” del Sole24Ore), si parlava (anche) dei Wardrivers, e la giornalista Alessandra Viola partiva da un saggio di Davide Bennato sull’argomento per analizzare il fenomeno.
I wardrivers (semplifico) sono degli hacker notturni automuniti e girovaghi, che con pc portatili e laptop “modificati” vanno alla ricerca di reti wireless da violare, senza però provocare alcun danno sensibile agli utenti.
Davide Bennato (docente all’Università di Roma, La Sapienza) è stato uno dei primi studiosi italiani a raccontare l’etica dei wardrivers e degli hacker e, quando preparavo la tesi, la lettura di questo saggio mi tolse dalla testa molti stereotipi e preconcetti che avevo sedimentato nel corso degli anni.
Su Tecnoetica (il blog di Davide Bennato) trovate, in calce, l’articolo di Alessandra Viola su Nova, mentre qui di seguito il saggio “Culture tecnologiche emergenti. Analisi di una comunità di wardrivers“:
Risorse:
Nova - Il Sole24ore
Wardriving su Wikipedia
Per coloro che volessero approfondire l’argomento oltre al saggio sulla comunità dei wardrivers di Davide Bennato, contenuto nel libro Nuovi media, vecchi media, edito da Il Mulino nel 2008, a cura di Marco Santoro,
consiglio la lettura di PopWar. Il Netattivismo contro l’Ordine Costituito, di Arianna Dagnino e Stefano Gulmanelli, edito da Apogeo nel 2003 che affronta sin dal primo capitolo i fenomeni delle Smart Mobs, dei Wardriver e dei FreeNetwork.
Se poi foste interessati all’etica hacker il riferimento “obbligato” da cui partire è senz’altro L’etica Hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, di Pekka Himanen edito da Feltrinelli nel 2003.
E infine, uscendo un po’ fuori dall’argomento (ma nemmeno poi tanto), per coloro che avessero voglia di ripercorrere i processi evolutivi dei sistemi informatici scoprendo che in realtà non è stata solo la tecnologia a determinarne l’evoluzione che conosciamo, ma anche i cambiamenti sociali (e i comportamenti, appunto), è necessario ritornare a Davide Bennato e al suo libro Le metafore del computer, edito da Meltemi nel 2003.
Tags: Alessandra Viola, Arianna Dagnino, Davide Bennato, FreeNetwork, L'etica Hacker, La Sapienza, Le metafore del computer, Marco Santoro, nova, Pekka Himanen, Smart Mobs, sole24ore, Stefano Gulmanelli, Tecnoetica, Università di Roma, wardriver, wardrivers

- Da che deriva l’importanza di Milano Expo 2015 per i processi comunicativi? Se il consumo è la forma di religione moderna, lo spazio espositivo è l’altare in cui i riti si consumano
- Lo spazio fieristico è il non-luogo in cui si producono, prima che le transazioni, le mostrazioni dei corpi del desiderio, degli oggetti da desiderare e consumare.
- Le aree espositive, fisiche e virtuali, hanno rappresentato e rappresentano dei punti di riferimento insostituibili per la metropoli e per l’immaginario.
- In senso traslato, la rete è un’esposizione continua di concetti, oggetti virtuali, immagini e corpi (anche corpi umani: si pensi alla pornografia).
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- È lo studioso Marc Augé a introdurre il concetto di non-lieu, non luogo per indicare gli spazi della modernità in cui i soggetti perdono i consueti riferimenti oggettuali, e con essi il legame alla sfera del fattuale.
- Il non-luogo è lo spazio de-territorializzato in cui si sta per desiderare, per sognare, per farsi rapire lo sguardo, e dunque anche per consumare. Sono stati di volta in volta definiti non-luoghi le stazioni, gli aeroporti, gli Autogrill, i musei di nuova generazione, e in generale i luoghi di passaggio.
- Anche il web è un non-luogo, e comunicare in rete vuol dire sottostare alle regole dell’astrattezza, dello spaesamento testuale e iconografico.
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