Il mito rivive nella modernità e nel postmoderno attraverso delle figure e delle icone dell’immaginario. Quella che nell’antichità era una dea nell’industria culturale è una star, una stella del cinema, un mito dello sport o dello spettacolo.
Edgar Morin è lo studioso che meglio ha definito la mitologia moderna e l’immaginario collettivo, attraverso testi come Il cinema o l’uomo immaginario (1956), L’industria culturale (1962), Le star (1972).
Il pubblicitario Jaques Séguéla in Hollywood lava più bianco parla di “marca come star”, attribuendo ai brand la personalità, il protagonismo e le caratteristiche di personaggi mitici
Magari siete sotto l’ombrellone a leggere un bel romanzo, magari odiate gli ombrelloni (e i romanzi) e siete in montagna a gustarvi la splendida vista a più di 1500 metri, o magari siete a casa, indecisi e ipnotizzati dal solito, vecchio film sulle vacanze.
Per questo, qualsiasi cosa abbiate intenzione di fare oggi, vi auguro di ritrovarvi con i vostri amici a giocare a ruba bandiera, in spiaggia, quando gli altri se ne sono andati e sta calando il sole, anche se poi, a dirla tutta, a me “questi giochi da bambini non sono mai piaciuti”:
C’è un film nelle sale che si chiama Big City. E’ di un giovane regista francese, ed è un western che ha come protagonista una città di bambini. Oltre a piacermi la riscoperta del genere western (proprio quello con le praterie, gli indiani e le diligenze assaltate) trovo sempre interessante l’aggiornamento della formula narrativa “bambini che prendono il posto degli adulti”:
Il trailer, tra l’altro, mi ha fatto subito tornare in mente le simpatiche canaglie trasmesse da Rai Uno nelle tarde mattinate estive che vedevo con molto gusto.
Per la cronaca: io ero un fan di Alfalfa (ovvio) e, di conseguenza, anche un po’ innamorato di Darla.
C’è questa azienda newyorkese (William Beaver House) che pubblicizza così uno dei suoi servizi di domotica: Beaver Butler (da “beaver”: castoro e “bulter”, maggiordomo). Tra le altre cose, serve a controllare cosa avviene dentro casa vostra quando non ci siete:
Solo che così non starei troppo tranquillo. Eh già, quella musichetta di Ludovicovan, quelle immagini velocizzate e quel letto con tre donne (tre donne?) mi fanno pensare solo ad Alex Delarge e non è certo un pensiero tranquillizzante se poi mi tocca associarlo al mio appartamento…
Hegel nella sua Estetica parla di “morte dell’arte” per descrivere il fenomeno della ridefinizione dell’opera estetica nell’età moderna. Se nelle ere passate si era giunti a un’unitarietà stabile costituita dalla triade artista/opera/pubblico, con l’età Romantica si vive lo sgretolamento di tale realtà
Le avanguardie storiche del primo Novecento si ingegnano per rappresentare un nuovo equilibrio artistico e linguistico che tenga conto dei grandi mutamenti industriali (presenza delle macchine, velocità, consumo continuo, ritmi della città…)
Solo a partire dagli anni Venti-Trenta del Novecento, però, tale equilibrio si riafferma, grazie alle modalità produttive seriali e industriali (il cinema hollywoodiano ne è l’esempio più rappresentativo)
Come al solito, i film di animazione sono i prodotti cinematografici a più alto contenuto sperimentale e tecnologico. Kung fu Panda è l’ultima creazione della Dreamworks e, a leggere un po’ di dati sul Sole24Ore, c’è da rimanere a bocca aperta. Estrapolo e “adatto” dall’articolo:
1) I personaggi sono vestiti di seta, e riprodurre la seta in 3D non è certo una cosa semplicissima…
2) Tenete d’occhio i movimenti della pancia di Po, il panda “prescelto”
ma ecco un po’ di “numeri” che su di me fanno sempre un certo effetto:
3) 448 persone per un totale di quasi un milione di ore-uomo di lavoro
4) Escludendo lo staff tecnico e gli attori, come Angelina Jolie, che hanno prestato le voci, oltre 391 artisti vi hanno preso parte
5) 400 worksation Hp
6) Costruita la più grande server farm del mondo al servizio del cinema d’animazione
e poi:
6) Il rendering, cioè l’elaborazione e la generazione delle immagini 3D in base alla descrizione matematica, ha richiesto qualcosa come 24 milioni di ore, ovviamente spalmate e ripartite sulle decine di macchine che compongono la server farm.
Inoltre aggiungete a ciò che la storia sembra essere anche molto divertente:
“Rubare è un mestiere impegnativo ci vuole gente seria, mica come voi!
Voi, al massimo… potete andare a lavorare!”
(Ferribotte)
Come già qualcuno di voi saprà, i Soliti Ignoti è uno dei miei film-ossessione preferiti (nel senso che non posso vivere senza rivederlo un paio di volte l’anno. A volte tre.)
Insomma, lo confesso: la ricorrenza che ho appena scoperto su Repubblica (i 50 anni dell’uscita del film nelle sale) è solo un pretesto per pubblicare su Brand Care un video tratto dal film e avere così la scusa per poterlo cliccare un paio di volte mentre lavoro. Forse tre.
D’altra parte chi di voi non avrebbe voluto assistere a una lezione di Dante Cruciani?
copio/incollo da Wikipedia:
“Il successo del film, raccontano le cronache, fu enorme. Le sale erano spesso gremite, anche a causa di un curioso fenomeno: le risate infatti erano a getto a continuo e chi assisteva alla proiezione in una sala affollata perdeva spesso la parte successiva del dialogo, per questo motivo molti decidevano di rimanere alla proiezione successiva, causando il sovraffollamento del locale”.
Non ho visto il film e amo (di un “puro” amore da spettatore) Naomi Watts e Tim Roth (un po’ di meno Michael Pitt) ma dopo questo trailer la visione del film è leggermente “caricata” e anzi, ora il film avrà una esagerata “ansia da prestazione”:
Ma comunque, ora che ci penso:
1) a me Alex Delarge e i suoi tre drughi hanno inizato a spaventarmi da un pomeriggio del 1994 e non nel 1971. Ma questa, è un’alra storia…
2) Proprio perchè conosco abbastanza bene la loro ultraviolenza sono preparatissimo e, se dovessero veramente arrivare a casa mia non avrei alcun problema perchè ho buttato da anni il dvd di Gene KellyCantando sotto la pioggia e ho tutta la discografia di Beethoven pronta…