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Apr 23

Mio Fratello è figlio unico (2007) di Daniele Luchetti, con Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Angela Finocchiaro, Massimo Popolizio, Luca Zingaretti.

Data di uscita: 20 aprile 2007 (cinema)
Visto il: 22 aprile 2007 (cinema)

Vedere Mio fratello è figlio unico a Latina è stata un’esperienza altamente formativa non solo per via dei numerosi, piccoli problemi di visione della sala che avevo completamente rimosso: pellicola saltellante, dolby a tratti inesistente, scortesia dell’esercente ai limiti della tolleranza umana, ma anche e soprattutto per via del pubblico “di provincia” del sabato sera che celebrava la propria città esorcizzando e ridendo (finalmente) dei suoi cliché e luoghi comuni, sebbene poi, di Latina, nel film si vede solo qualche esterno rappresentativo. Una consistente percentuale del suddetto pubblico poi - a cui va tutta la mia più profonda comprensione - era composta da ignari e pazienti fidanzati provenienti da Latina e paesi limitrofi, trascinati al cinema dalle proprie ragazze attratte dai magnetici occhi verdi di Scamarcio-Step-Ho-Voglia-Di-Te.

Mio fratello è figlio unico

Si, è vero, lo confesso, sono andato prevenuto a vedere il film di Luchetti. Vittima anch’io di cliché e luoghi comuni su Latina e su la sceneggiatura del film (stessa squadra de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana). C’è voluto tutto il primo atto del film per scacciare dalla mente l’idea che Mio fratello è figlio unico fosse una sorta di Meglio gioventù “de noantri, depurata da tutte le implicazioni politico-sentimentali-sociali del modello di riferimento e ricca di comicità con slang romanesco (Latina non ha un dialetto, essendo un melting pot di culture italiche differenti, ma ha da sempre assunto il ruolo di “provincia dell’impero” mutuando dalla capitale tic, comportamenti e linguaggi). Col proseguire delle scene però ho capito che stavo “entrando” del film dalla parte sbagliata e mi stavo ingiustamente pregiudicando la visione.

La storia di Accio/Germano e Manrico/Scamarcio è tratta dal libro il fasciocomunista, vita scriteriata di Accio Benassi, dell’autore pontino Antonio Pennacchi, a cui la pellicola deve sicuramente il contesto sociale e gran parte degli episodi-aneddoti raccontati.

Il film si sofferma principalmente sul rapporto tra i due fratelli basato su categorie di “opposti sentimentali” che vanno dal rigetto all’emulazione. Per questo risulta addirittura commovente il “tema delle botte” come sistema di comunicazione diretto tra i due fratelli, come atto d’amore (e protezione) prima di Manrico nei confronti del fratellino sbandato Accio e poi di Accio nei confronti del fratello maggiore eversivo Manrico.

Accio è fascista, Manrico comunista… ma questa contrapposizione non assume connotati sociali o generazionali (Accio si lamenta ironicamente che il ‘68 a Latina non sia mai arrivato) perché, secondo la storia, a Latina si è comunisti o fascisti come si potrebbe essere della Roma o della Lazio, o preferire una ragazza bionda a una mora. E’ solo la contrapposizione che conta e non i termini della contrapposizione, la lotta manichea come puro esercizio dialettico (”Voi ne avete uccisi di più”, “No, voi ne avete uccisi di più!”), lo scontro identitario tra fratelli e non l’appartenenza, l’etichetta, lo stigma. Per questo Accio non sta fermo un attimo: si muove, balla, da calci ai sassi, si agita sui letti, urla, scivola via da chi lo vorrebbe ogni volta ingessato, inquadrato, tesserato, “politicizzato” e “di parte”.

Sebbene la recitazione greve e penetrante di Scamarcio sia molto convincente e il suo ruolo di fratello maggiore-figlio unico e dongiovanni politicamente impegnato sia credibile, Elio Germano, aiutato senz’altro dalla forza eccezionale dei dialoghi, è insuperabile e incarna meravigliosamente lo spirito comico e mutevole di Accio, il fratello minore protagonista, l’eterna spalla e il comprimario di Manrico. Di notevole intensità emotiva sono poi alcuni personaggi secondari: la mamma (una delicata Angela Finocchiario), il padre (Massimo Popolizio) e Mario (Luca Zingaretti) il simpatico fascista “duro e puro”, maestro di vita di Accio.

La ricostruzione musicale è spesso coerente con l’ambientazione ma troppo dipendente da Nada trio (1998). Purtroppo la promessa del titolo di ascoltare Rino Gaetano non viene mantenuta, credo, solo per motivi di coerenza cronologica.

E’ altamente istruttivo notare infine come l’unico elemento che accomuna tutti i personaggi indipendentemente dalla loro collocazione sociale e politica siano… le Fiat utilitarie:

  • Manrico, appena assunto in fabbrica, ostenta una Fiat pagandola a rate,
  • la moglie di Mario - educatrice sentimentale di Accio - gli fa dono di una Fiat, vero e proprio simbolo e sogno “generazionale”,
  • gli amici fascisti di Accio vogliono incendiare le Fiat di Manrico e degli altri operai,
  • la compagna di Manrico guida una Fiat…

Tutto questo product placement sarà mica collegato alla “nuova Fiat” per caso?

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4 Responses to “Mio fratello è figlio unico… e ti amo Elio!”

  1. Squagghia Says:

    Povero Diego! Per colpa di Raffa stai diventando uno dei più importanti conoscitori della scamorza Scamarcio…Un giorno potresti scrivere la sua biografia, ci pensi?!
    Bella critica, wunderbar!

  2. Scozza Says:

    bè carina la definizione della moglie di Mario “educatrice sentimentale”…eheheh!!!!
    CMQ scherzi a parte ode a Elio ma 10 e lode al nostro Scami.
    Una fidanzata che ha costretto il suo uomo ad andare al cinema :-)

  3. raffa Says:

    Dopo aver attentamente letto la critica del film e le successive risposte, sono giunta alla conclusione che l’opinione di una persona di genere femminile oltretutto latinense fosse doverosa, nonché imprescindibile…dunque eccola:
    Quanti film sono stati ambientati a Roma, Milano, Firenze, Napoli (giusto per citare le città più importanti)?…inutile contarli, sono troppi, e quanti invece in piccole seppur singolari città come Latina? (pochi, data anche la sua giovane età).
    Fino a qualche tempo fa ancora molte persone erano convinte che Latina fosse in provincia di Roma…e non sto parlando di gente che vive dall’altra parte del mondo o di chi sa quanti decenni fa… ma si tratta di recenti esperienze personali…questo per dire che un film su Latina, che possa in qualche modo far emergere le sue “peculiarità” (e mi fermo sul termine generico) è ben accetto.

    A parte questo piccolo sfogo campanilistico, in realtà c’è da dire (come già sottolineato da altri prima di me) che di Latina città si vede ben poco e soprattutto è assente, o pochissimo presente, l’architettura razionalista che la caratterizza in modo inequivocabile: dove è finito il palazzo “M”? D’altra parte, mi viene da pensare: quanti si saranno accorti di questo? Probabilmente solo i latinensi o gli abitanti dei “paesi limitrofi”…dunque, non lo reputo un fattore determinante seppure mi avrebbe fatto piacere vedere più scene ambientate qui (forse anche perché avrei avuto maggiore occasione di vedere Scamarcio).
    Ecco il secondo punto, o tasto dolente: il belloccio Scamarcio, un dei motivi che ha spinto anche me ad andare a vedere il film. Che male c’è? Sono del parere che una presenza gradevole rende la visione più “stimolante” (anche se “dal vivo” è ancora più bello).
    In realtà, gli occhi verdi di Scamarcio questa volta se la sono dovuta vedere con un Elio Germano veramente molto convincente, coinvolgete e trascinante, a cui va tutta la mia ammirazione.

    Il protagonista figo, macio e cattivo Step in questo film si è trasformato nel comunista Manrico che incarna tutti gli stereotipi del fricchettone sballato e donnaiolo piuttosto che convinto, d’altra parte nemmeno Accio mi fa veramente pensare ad un ragazzo fascista, troppo pensieroso e razionale, troppo attento al latino e forse troppo idealista e la sua “metamorfosi” finale viene presentata in maniera superficiale.
    Sembra scontato che il comunista si trasformi in terrorista e il fascista invece debba alla fine ricredersi e tornare sui suoi passi, così come è scontato, e poco inerente con il resto del film, che la sorella debba seguire le orme del fratello più amato e per giunta fidanzarsi con uno dello stesso partito attivista-praticante e molto più grande di lei!!

    Ma in realtà la politica fa solamente da sottofondo alla storia del film, storia di due fratelli, storia di una famiglia, storia di una generazione, non tanto la generazione degli anni 60-70, quanto la nostra generazione, altalenante e con pochi validi momenti di lucida razionalità politica, carica di energia pronta a spegnersi facilmente. Né comunisti, né fascisti, né fratelli, né nemici….ma solo due facce della stessa medaglia, due diversi momenti della propria esistenza passata ad amare la stessa donna, ad inseguire gli stessi miti e ad andare dietro alle stesse mode: sbaglio o la macchina di entrambi i fratelli è una fiat (tra tutte le fiat io avrei preferito la mitica panda, ma sono di parte)?! Due storie che alla fine diventano una, che si sintetizzano in una sola persona come già suggerito dal titolo e credo anche che questa sia l’unica plausibile spiegazione del troppo precipitoso finale “da lacrimuccia”: un atto di forza per far capire come il tutto sia già presente nell’uno.

    Qualche dubbio ancora mi lascia perplessa:
    ma perché proprio Torino? Perché città del proletariato o sempre perché si parla di pubblicità “nascosta” (e nemmeno tanto) alla Fiat?
    Perché proprio i nomi Manrico che etimologicamente significa “uomo potente” e Accio che sono riuscita a collegarlo solamente al suffisso che esprime valore peggiorativo? A parer mio i due nomi non rispecchiano la personalità dei due fratelli, ma questo dovrei forse chiederlo direttamente all’autore Antonio Pennacchi.
    “Il 68 non è arrivato a Latina”….recita una frase del film, ma forse è arrivato da qualche altra parte?
    A parte queste pseudo riflessioni a metà tra pessimismo e ironia il film nella sua globalità è risultato piacevole e a tratti interessante grazie soprattutto ai due Accio (junior e senior) che, con la loro interpretazione (più spontanea quella del bambino Accio e un po’ più costruita quella del ragazzo) sono riusciti a far scoppiare in sala più di qualche risata.
    Lo testimonia il fatto che alla fine della visione tutte le ragazze entrate per vedere Scamarcio sono uscite parlando di Giordano!

    Ancora un’ultima cosa: cari maschietti obbligati dalle vostra fidanzate a vedere questo film, quante volte ci avete costretto a vedere delle mega bufale giusto perché c’era la nuova bonazza o perché il vostro ego aveva bisogno di gasarsi guardando il vostro super eroe di turno lanciarsi chi sa dove alla ricerca di chi sa che cosa per concludersi, sempre, con la conquista di una bella ragazza messa lì giusto per “far gradire”? dunque, qualche volta dateci la rivincita!

    Per concludere, Scamarcio a parte, la mia esperienza più che formativa la definirei a tratti emozionante, quella emozione che forse può provare solo chi ha la possibilità di vedere un film sulla propria città tratto dal libro di un autore autoctono, in un cinema della propria città che, con tutti i suoi difetti e la sua provincialità strutturale e umana, la rispecchia e la rappresenta pienamente e forse più del film: “UNA META VISIONE”.
    No, alla Worner non credo sarebbe stata la stessa cosa!!!!

  4. antonio pennacchi Says:

    Ma perché non vi leggete i libri, prima di fare recensioni di film tratti da libri?

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